Tra le montagne innevate del Tōhoku e i villaggi rurali della regione di Akita nasce una delle razze più affascinanti e simboliche del Giappone: l’Akita Inu. Un cane che non è solo un compagno, ma un frammento vivente della storia e della cultura nipponica. La sua evoluzione, lunga secoli, è un viaggio che intreccia tradizioni, lotte, spiritualità e una selezione accurata che ha portato l’Akita a diventare il cane nobile per eccellenza.
Le origini: quando i cani giapponesi erano piccoli
In epoche remote, tutte le razze autoctone del Giappone appartenevano a taglie piccole o medio-piccole. Non esistevano ancora cani imponenti come l’Akita moderno. Le antiche statuette in terracotta — frammenti di cultura Jōmon — rappresentano cagnolini dalle linee primitive, sorprendentemente simili ai primi progenitori dell’Akita.
Ji-inu, Kuriya-inu, Mataji-inu: le antiche radici
Le prime testimonianze documentate compaiono nel periodo feudale. In quell’epoca esistevano diverse tipologie di cani dal fenotipo simile:
- Ji-inu o Nambo-inu, tipici del sud;
- Kuriya-inu, selezionati per il combattimento;
- Mataji-inu, cani dei cacciatori, impiegati nella caccia all’orso.
È proprio osservando questi cani, in particolare i Mataji-inu, che si riconosce l’eredità dell’Akita moderno: corpo compatto, muscoli solidi, un’espressione potente che ricorda sorprendentemente un piccolo orso. Non a caso un cucciolo di Akita ricorda, nella testa e nelle proporzioni, proprio un cucciolo d’orso.
Il Mataji-inu: cacciatore coraggioso e guardiano silenzioso
Nella caccia all’orso il Mataji-inu non aveva il compito di uccidere, ma di stanare e condurre la preda verso il cacciatore, bloccandola in un punto strategico. Di solito operavano in squadra, tre cani alla volta: agili, coraggiosi, estremamente intelligenti.
Accanto alle doti venatorie, questi cani erano anche eccellenti guardiani di case e greggi, vigili e leali.
Dal 1603: l’ingresso nei combattimenti e gli incroci pesanti
Dal XVII secolo, nella regione di Akita, i Mataji-inu iniziarono ad essere utilizzati anche nei combattimenti. Per renderli più possenti, rapidi e resistenti vennero incrociati, a partire dal 1868, con i Tosa Inu, i Mastiff e altri molossoidi . Questi accoppiamenti aumentarono la taglia, ma ridussero drasticamente le caratteristiche tipiche dei cani di tipo spitz: orecchie piccole e triangolari, occhi a mandorla, costruzione asciutta.
Si formarono così due tipologie molto diverse: una più “spitz”, più fedele ai tratti originari, ed una più pesante con più tratti ereditati dai molossoidi.
Il divieto dei combattimenti e il primo tentativo di tutela
Nel 1908 i combattimenti furono finalmente proibiti. La razza, tuttavia, fu conservata come cane di grande taglia.
Già nel 1919 si tentò di far riconoscere l’Akita come “monumento nazionale”, ma le due tipologie (spitz e molossoide) erano così distanti che il progetto fallì.
1927: nasce l’Akita Inu Hozonkai e la vera selezione moderna
La svolta arrivò nel 1927 grazie al sindaco di Ōdate, Shingai Izumi, che fondò l’Akita Inu Hozonkai (AKIHO): l’associazione ufficiale per la tutela e la selezione della razza.
Fu stabilito il nome Akita Inu, anche se i giapponesi più puristi preferiscono “Akita Ken”, dove ken significa “il cane per eccellenza”.
Due linee genealogiche vennero identificate:
Linea Dewa
Discendente dagli Akita incrociati con i molossoidi:
- taglia più grande
- testa pesante
- occhi rotondi
- orecchie grandi
- presenza di giogaia
Linea Ichinoseki
I veri Akita di tipo spitz:
- struttura più leggera
- occhi triangolari
- orecchie piccole e ben inclinate
- tipicità giapponese marcata
La linea Ichinoseki veniva allevata nella zona di Ōdate, la culla spirituale della razza, mentre la linea Dewa prese piede nell’area di Tokyo
1931: l’Akita diventa Tesoro Nazionale
1931: l’Akita diventa Tesoro Nazionale
Dopo anni di selezione rigorosa, nel 1931 il governo giapponese riconobbe l’Akita come “Monumento Nazionale”, premiando nove esemplari tra Dewa e Ichinoseki: veri custodi dell’antico spirito giapponese.
La Seconda Guerra Mondiale: il rischio dell’estinzione
Durante il conflitto la razza subì un colpo devastante. I cani venivano uccisi per ricavarne pellicce per i soldati.
Solo i Pastori Tedeschi erano esentati dalla confisca, essendo utilizzati in ambito militare.
Per salvare i propri Akita, molti appassionati decisero di incrociarli furtivamente proprio con i Pastori Tedeschi.
Da questi incroci nacque il tipo Kongo-go, enorme e popolare ma molto lontano dal vero Akita originario.
Il dopoguerra: tre tipi diversi e una situazione confusa
Alla fine della guerra rimanevano:
- Akita Matagi
- Akita da combattimento
- Akita da pastore
Una situazione confusa e, per molti, disperata. Ma grazie al lavoro degli allevatori più competenti, si iniziò un percorso di recupero mirato verso il tipo autentico giapponese.
Il Kongo-go fu gradualmente eliminato dalla selezione e si tornò a privilegiare i ceppi più puri, ricostruendo le caratteristiche dello spitz di grande taglia.
L’esportazione e la “grande divisione”
Gli americani, arrivati in Giappone dopo la guerra, rimasero colpiti soprattutto dai cani della linea Dewa, più grandi e simili a molossi. Ne portarono molti negli Stati Uniti, sviluppando un tipo imponente e potente.
Gli europei, invece, predilessero la linea Ichinoseki, più raffinata, tipica, giapponese.
Da qui nacque una lunga diatriba:
qual era il vero Akita?
La questione si risolse solo nel 2001, quando venne ufficialmente stabilita la distinzione fra Akita Inu (Giappone) → tipo spitz, eleganza, tipicità, e American Akita (ex Grande Cane Giapponese) → tipo Dewa, forte elemento molosso ide. Due razze separate, non incrociabili.
Il riconoscimento definitivo e il ritorno alle origini
Il dott. Rimura, uno dei massimi esperti mondiali, dichiarò Ōdate come vera città natale dell’Akita tipo Ichinoseki.
Da quel momento il vero Akita giapponese è riconosciuto come quello dal fenotipo spitz:
orecchie piccole, occhi piccoli quasi triangolari, testa triangolare, struttura armoniosa, eleganza tipica nipponica
Un cane che incarna la purezza, la dignità e la storia millenaria del suo popolo.
L’Akita oggi: un monumento vivente
Oggi l’Akita Inu è considerato uno dei patrimoni più preziosi del Giappone: un simbolo di lealtà, rispetto e nobiltà.
Ogni esemplare porta con sé secoli di storia: la fierezza dei Matagi, l’intelligenza dei guardiani, la grazia dei cani di tipo spitz e la purezza di una selezione meticolosa.
Avere un Akita non significa solo scegliere un cane: significa accogliere un pezzo di cultura.
Una presenza silenziosa, elegante, profondamente legata alla sua famiglia.
Una storia che continua a vivere, passo dopo passo, accanto a chi sceglie di condividere la vita con lui.



